Far East

di Marcello Greco

  • Nordcoreani piangono Kim Jong Il

    Migliaia di nordcoreani in lacrime e in preda alla disperazione. E’ questa l’immagine che ricorderemo pensando alla notizia della morte di Kim Jong Il, stroncato da un infarto all’età di 69 anni mentre viaggiava in treno.

    Una morte annunciata dalla tv di stato come improvvisa, nonostante il despota di Pyongyang, alla guida della nazione asiatica da 17 anni, avesse in realtà un cuore oramai malandato a seguito di un ictus.

    Durante i 12 giorni di lutto nazionale proclamati nel Paese e poi nel giorno dei solenni funerali del “caro leader”, le tv di mezzo mondo hanno trasmesso le immagini di centinaia migliaia di nordcoreani disperati: nelle scuole, in fabbrica, nei campi o nelle strade della capitale. Ovunque una pioggia di lacrime.

    Una reazione, quella dei sudditi in lutto per la morte del proprio tiranno, che potrebbe apparire eccessiva, falsa o, ancora, ingenuamente stupida. Potrebbe. In verità, occorre evitare di riderne, cercando invece di guardare alla realtà nordcoreana con minore superficialità.

    Kim Jong Il (a sinistra) e il figlio Kim Jong Un

    Vissuti per decenni come in una bolla di vetro, ermeticamente sigillata, senza alcuna possibilità di dialogo con il mondo esterno, i nordcoreani ignorano ciò che accade aldilà del 38esimo parallelo. Non hanno accesso a internet, se non una ristrettissima e fidata elite, e conoscono del mondo solo quello che la tv o la radio di stato decidono di far conoscere loro. Inoltre, forgiati da quasi 60 anni di propaganda, vivono costantemente nella minaccia dello straniero (sudcoreano e americano in primis), che potrebbe attaccarli distruggendo il loro “benessere” attuale.

    In uno scenario simile, la figura del tiranno di turno (Kim il Sung, Kim Jong Il e adesso Kim Jong Un) appare l’unica garanzia per mantenere lo status quo.

    Già, perché per quanto triste e duro, il presente per i nordcoreani è comunque preferibile alla paura dell’ignoto e dello straniero invasore. La maggior parte dei 25 milioni di abitanti vive ancora oggi in condizioni medievali; molti muoiono di fame o uccisi dalla fatica nei campi forzati, dove si stima siano recluse quasi 200mila persone. Eppure, il timore che le cose possano andare peggio li spinge a credere che solo con la guida “illuminata” della dinastia Kim (giunta alla terza generazione) il loro presente (e futuro) non sarà irreparabilmente compromesso.

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